
Gerardo Urti – CEO – GU Capital
Stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma profondissima del nostro sistema economico e sociale, una dinamica che troppo spesso viene semplificata nel dibattito pubblico parlando esclusivamente di fuga dei giovani o di sostenibilità del sistema pensionistico, quando in realtà il problema è molto più strutturale: l’Italia sta perdendo la sua fascia adulta, quella che tiene insieme lavoro, impresa, famiglia e crescita.
I numeri sono chiari e non lasciano spazio a interpretazioni: oggi abbiamo circa tre persone attive per ogni over 65, ma le proiezioni indicano un progressivo deterioramento di questo rapporto, fino ad arrivare, in alcune aree del Paese, a un rapporto di uno a uno entro il 2050. Tradotto in termini concreti, significa che nei prossimi anni mancheranno milioni di lavoratori, con una stima che parla di circa sette milioni di adulti in età lavorativa in meno, e un impatto potenziale sul PIL che potrebbe arrivare a una contrazione del 13% entro il 2040.
Ma il punto non è solo quantitativo: è qualitativo e, soprattutto, culturale. Stiamo rimuovendo dal dibattito pubblico proprio quella fascia di popolazione che dovrebbe rappresentare il motore della produttività e della stabilità sociale, concentrandoci da un lato sul tema delle pensioni e dall’altro sulla retorica dei giovani che emigrano, senza affrontare il vuoto che si crea nel mezzo.
Quella che manca oggi è la centralità dell’età adulta, non solo come dato demografico ma come funzione economica e civile. L’adulto è colui che produce, che investe, che assume rischi, che guida le imprese e che, allo stesso tempo, svolge un ruolo educativo e sociale fondamentale.
Senza adulti al centro, il sistema perde equilibrio, si frammenta e diventa più fragile.
È una crisi di ruoli prima ancora che di numeri: abbiamo progressivamente eliminato la figura di chi prende decisioni, di chi si assume responsabilità, di chi è chiamato anche a dire dei “no”. Questo ha effetti diretti non solo sull’organizzazione della società, ma anche sul funzionamento delle imprese, che si trovano a operare in un contesto sempre più incerto, dove mancano competenze intermedie, leadership diffusa e continuità generazionale.
Non è un caso che anche le analisi economiche più recenti parlino apertamente di un problema di capitale umano, con conseguenze dirette sulla capacità di generare reddito e sostenere la crescita.
I dati evidenziano come, anche ipotizzando un aumento della partecipazione al lavoro, la base degli attivi sia destinata a ridursi in modo significativo, mettendo sotto pressione non solo il sistema previdenziale, ma l’intero equilibrio economico del Paese.
Per le PMI italiane, questo scenario rappresenta una sfida concreta e immediata.
Meno adulti significano meno competenze disponibili, maggiore difficoltà nel reperire figure chiave, più pressione organizzativa e, in molti casi, una crescita rallentata o addirittura bloccata. Ma significa anche un altro aspetto,
forse ancora più critico: la difficoltà di costruire continuità, sia all’interno delle aziende sia nelle filiere produttive.
Senza una solida fascia adulta, diventa più complesso:
– gestire il passaggio generazionale,
– sviluppare managerialità,
– trasferire competenze,
– consolidare relazioni di lungo periodo con clienti e fornitori.
Il rischio è quello di un sistema produttivo che perde profondità, che fatica a pianificare e che si muove sempre più nel breve termine.
A questo punto, la domanda che dovremmo porci non è solo come trattenere i giovani o come sostenere il sistema pensionistico, ma come rendere l’Italia un Paese capace di attrarre e trattenere adulti. Questo significa ripensare le politiche del lavoro, ma anche, e soprattutto, le condizioni complessive che rendono un territorio attrattivo: qualità delle opportunità professionali, accesso alla casa, servizi, stabilità normativa, possibilità di crescita.
Significa anche valorizzare chi già c’è, investendo nella formazione continua, nella riqualificazione delle competenze e nella capacità di accompagnare le persone lungo tutto il ciclo della vita lavorativa.
In altre parole, serve una visione che non separi giovani e anziani, ma che ricostruisca una filiera generazionale, in cui ogni fase della vita contribuisce alla creazione di valore.
Dal mio punto di vista, questo tema riguarda direttamente anche il modo in cui le imprese, soprattutto le PMI, si organizzano e si sviluppano. Non possiamo più permetterci modelli basati esclusivamente sull’imprenditore accentratore o su strutture poco evolute: serve costruire organizzazioni in grado di valorizzare e trattenere competenze adulte, creando percorsi di crescita, responsabilizzazione e stabilità. Questo significa investire in managerialità, ma anche in cultura d’impresa, in capacità di delega e in visione di lungo periodo. La vera sfida, quindi, non è solo demografica, ma strategica: capire che senza una solida base di adulti attivi, competenti e motivati, non esiste crescita sostenibile. E che, forse, per tornare davvero a essere un Paese per giovani, dobbiamo prima di tutto tornare a essere un Paese per adulti.



